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Gestazione per Altri: il documento politico di Omphalos

Uno dei punti cardine della battaglia per i diritti civili e sociali che Omphalos persegue è garantire la possibilità di autodeterminarsi, dove autodeterminazione è la decisione della singola persona di affermarsi in piena autonomia e libertà in ogni campo: sociale, economico, istituzionale, famigliare e politico. Omphalos ha infatti il dovere di partecipare al dibattito politico riguardo alle questioni LGBTI e non solo, ribadendo quanto in questo l’autodeterminazione debba essere preminente.

Cos’è la partecipazione? La partecipazione è sia il coinvolgimento pragmatico sul territorio, manifestando la propria presenza e strutturando connessioni interpersonali, sia il prendere parte all’elaborazione politica inserendosi nel panorama culturale e sociale.

Omphalos pertanto entra nel merito della discussione sulle pratiche di gestazione per altr*, (d’ora in poi abbreviato in “GPA”), e si dichiara apertamente favorevole a quest’ultima. L’Associazione non si presta a rivestire il ruolo di chi legifera, ma auspica che questi si muova in una direzione tale per cui venga favorita l’affermazione del principio di autodeterminazione.

Per far sì che non sussistano critiche pregiudizievoli ci teniamo a sottolineare che affermare questo principio significa esimersi dal giudicare le scelte altrui dubitando che siano davvero libere, giuste e consapevoli: alla libertà che intimorisce non si risponde con il giudizio, ma con il rispetto, non con la restrizione o la negazione, ma ampliando i servizi, le strutture e le possibilità affinché chi scelga abbia a disposizione sempre più strumenti per poterlo fare. Tale principio, caposaldo del nostro pensiero politico, risulta imprescindibile persino qualora comprenda azioni e affermazioni individuali che non coincidano con la propria sensibilità e visione, fermo restando che la libertà di ciascun* non debba intaccare quella altrui.

Iniziamo col precisare che la GPA è una pratica di procreazione medicalmente assistita alla quale ricorrono da decenni principalmente coppie eterosessuali, nonostante questo fatto venga spesso volutamente taciuto. Il dibattito pubblico intorno alla GPA si è “sollevato” di recente non solo per motivazioni etiche o morali, ma soprattutto per una questione di accessibilità: all’alba delle unioni civili e delle possibili “conquiste” che queste avrebbero fatto conseguire alle persone LGBTI, si prospettava con crescente timore un’estensione di “status famigliare” anche alle coppie omosessuali, compresa la loro prole.

Omphalos dal canto suo non intende mettere in discussione l’accessibilità: le pratiche di procreazione medicalmente assistita, compresa la GPA, dovranno essere accessibili a tutte le persone a prescindere dal loro orientamento sessuale, identità di genere, estrazione socioeconomica, a coppie, singoli o altro ancora; è invece sulle modalità con cui queste pratiche sono realizzabili che l’associazione si è interrogata, e per farlo nel merito con lucidità e rispetto delle persone coinvolte, è necessario sgomberare il campo da preconcetti omofobi e sessisti.

Vogliamo denunciare come la matrice omofobica delle polemiche sorte in merito alla GPA, a ridosso dell’introduzione dell’istituto delle unioni civili nel nostro paese, abbia inquinato il dibattito pubblico a tal punto da raggiungere toni esasperati di odio senza alcun riguardo per la dignità umana delle persone coinvolte, nemmeno per le persone minori. Molto spesso lo scopo primario di tali attacchi è l’affermazione autoritaria che non possano esistere modelli famigliari degni di tutela giuridica e sociale diversi dal modello di famiglia nucleare (cosiddetta “famiglia tradizionale”) affermatosi nel mondo occidentale a partire dall’ultimo dopoguerra.

In questo contesto sentiamo come nostro dovere smascherare la matrice omofobica e sessista delle critiche alla GPA. Tali critiche sono costruite sfruttando e alimentando l’ignoranza sulle pratiche di procreazione medicalmente assistita, con il fine di creare consenso politico intorno alla riaffermazione dell’egemonia di un modello familiare di stampo patriarcale e eterosessista. Questo modello è basato sulla rigida separazione delle funzioni familiari e dei ruoli sociali di uomini e donne, sull'eterosessualità obbligatoria dei genitori, sull’idealizzazione imprescindibile dei legami genetici nei confronti della prole. Grazie al declino del patriarcato, all’affermazione dei diritti civili, delle istanze di uguaglianza e alle evoluzioni sociali, anche i modelli familiari sono plurali.

Un presupposto imprescindibile per la trattazione della GPA è il concetto di genitorialità. La genitorialità non è un mero esercizio delle proprie funzioni riproduttive: il legame genetico e biologico non rappresenta una condizione né necessaria né sufficiente per avvalorare il proprio status di genitore/genitrice nei confronti della prole. Cionondimeno questo non significa svalutare chiunque abbia la volontà o la necessità di instaurare anche tale legame nella propria esperienza genitoriale, la pratica della GPA rappresenta infatti una delle modalità che dovrebbero essere rese possibili per accedere al percorso di genitorialità.

Un’altra condizione che non si prospetta come necessaria e nemmeno sufficiente alla genitorialità è il legame gestazionale: con esso si intende il rapporto di natura biologica ed eventualmente affettiva che può svilupparsi durante la gravidanza tra gestante e nascitur*. Un legame gestazionale non può e non deve essere ritenuto qualcosa di più di un’esperienza umana, e come tale non interpretabile in modo univoco senza incappare in una banalizzazione di un tema complesso. Il cosiddetto “istinto materno” non è sempre valido per tutte le persone, né costantemente presente nel tempo nemmeno in una stessa persona. Ciascuna donna può scegliere di vivere il proprio legame biologico e anche gestazionale in modi molto diversi e non omogenei tra loro. Ogni esperienza è peculiare ed irripetibile e permettersi di classificarla secondo le categorie del “naturale” o “innaturale” è arbitrario, discriminatorio, autoritario e paternalistico. Per giunta definire una possibile predisposizione all’accudimento come “materna”, in riferimento alla persona umana, sembra essere una reminiscenza di matrice sessista.

Come noi crediamo che una donna possa scegliere di diventare madre con o senza legami gestazionali, così attribuiamo lo stesso credito alla scelta di quelle donne che non vogliono diventare madri e che ricorrono alla GPA esclusivamente come gestanti scegliendo di non instaurare alcun legame genitoriale con il/la nascitur*. Quelle donne, quelle che scelgono consapevolmente di portare avanti una gravidanza e di partorire un* figli* non propri* si stanno autodeterminando, chi invece pretende di poter scegliere per le donne e per il loro corpo sta commettendo un’azione liberticida e autoritaria. Dunque non solo riteniamo indispensabile decostruire l’idealizzazione dei legami genetici ma anche l’idea di famiglia eteronormativa ed eteronormata intesa come unico valido modello da adottare nella nostra società.

Una delle critiche più aspre da parte dei detrattori della GPA è quella rivolta alla gestazione intesa come bieco utilizzo dell’utero ritenuto atto degradante per la donna che in tal modo verrebbe sfruttata a mo’ di incubatrice. Oltre a ciò si aggiungerebbe l’aggravante di uno scambio di denaro che ridurrebbe la pratica ad una transazione immorale e nemmeno troppo equilibrata (da qui il termine dispregiativo “utero in affitto”) in cui a rimetterci sarebbero i/le nascitur* in prima istanza.

È bene invece che si capisca che l’eventuale presenza di un compenso sussiste come forma di risarcimento o pagamento per la prestazione della gestante e non per un acquisto con conseguente mercificazione di bambin*. A questo si intende aggiungere che la transazione economica non dovrebbe avere alcuna accezione valoriale, poiché non diversa da qualsiasi altra prestazione di una persona dietro compenso: in una società capitalistica, qualsiasi forma di lavoro richiede l’impiego di risorse personali, che siano esse fisiche o intellettive o l’uso del proprio tempo, e fornisce in cambio un compenso più o meno proporzionato generalmente in denaro. Nonostante esistano forme altruistiche di GPA non si intende in alcun modo giudicare le gestanti che scelgono di percepire un compenso; se la critica deve essere mossa, dovrebbe essere reindirizzata al sistema capitalistico e non alla pratica di per sé.

Non vi è distinzione morale alcuna tra le parti del corpo impiegate per svolgere un lavoro o una funzione, quello che è importante è che ad ogni attività vengano riservate una cura, un’attenzione e una tutela idonee ad ogni esigenza della persona, indipendentemente dal fatto che tali attività siano retribuite o regolate da un accordo contrattuale. Una forma contrattuale non è svilente in sé, potrebbe anzi risultare una delle migliori forme di attuazione di tutela per ogni soggetto coinvolto. Infine, affermare che prestarsi ad una mercificazione non del tutto consapevole sia degradante, è degradante sì, ma nei confronti dell’intelletto della persona che ha deciso di aderire a quella pratica.

Seguendo il principio di autodeterminazione, non si vuole dubitare della capacità di scelta di una donna di poter fare del proprio corpo ciò che ritiene più opportuno, ma piuttosto lottare affinché si amplino i campi e i contesti nei quali possa esprimere le sue scelte nella maniera più libera e consapevole possibile. Istruzione, educazione e corretta informazione: sono queste le “armi” con le quali vogliamo combattere la disinformazione e la mancanza di consapevolezza.

A chi sostiene la pericolosità dell’autodeterminazione, perché ad essa può conseguire un rammarico o un rimorso (specialmente quando si parla della scelta di portare avanti una gravidanza per altr*) rispondiamo: pentirsi è il rischio insito nella possibilità di scegliere, questo però non significa che una persona non abbia valutato nella scelta questa eventualità. In virtù di questo, conferiamo notevole importanza al background e al contesto che precedono la stipula del contratto che regola la GPA: un lavoro minuzioso e ben regolamentato di informazione, assistenza medica e legale, supporto emotivo e psicologico.

Omphalos si è adoperata come associazione e come laboratorio culturale in diverse modalità aggregative, interrogandosi su come la GPA e le pratiche ad essa correlate siano influenzate dal contesto, su quanto e in che modo gli aspetti economici, politici, culturali e sociali si intersechino nel quadro del dibattito sulla gestazione per altri. A questo proposito è opportuno evidenziare che non abbiamo proclamato un’autodeterminazione decontestualizzata ed astratta, abbiamo infatti tenuto conto delle possibili implicazioni dovute al contesto in cui un individuo pensa ed agisce.

Ribadiamo quanto detto in precedenza: per far sì che l’autodeterminazione si avvicini alla scelta più libera possibile è opportuno che siano rimossi sempre di più i pregiudizi, gli aspetti culturali e sociali costrittivi, i risvolti limitanti della disparità economica e tutte le altre situazioni che potrebbero ostacolare e influenzare il libero arbitrio delle persone. Crediamo fermamente che quanto detto sia applicabile e valido per tutte le scelte e non solo per quella di portare avanti una gravidanza per altr*.

Questo lavoro è stato ritenuto non solo utile, ma anche necessario, alla luce di un panorama politico in cui nessuna voce sembrava riuscire a corrispondere perfettamente al nostro pensiero. In particolar modo abbiamo avuto premura di evidenziare ove possibile le matrici omofobe, sessiste, classiste e discriminatorie che impregnano non soltanto la nostra società, ma inevitabilmente anche gli argomenti e le tematiche che si presentano al suo interno.

Nell’elaborazione politica collettiva che si è sviluppata abbiamo dunque cercato di rintracciare queste matrici per decostruirle, producendo così un documento il più scevro possibile da argomentazioni e affermazioni discriminatorie, il più fedele possibile al principio di autodeterminazione di cui ci facciamo portavoce ogni giorno con la nostra associazione.

L’augurio conclusivo è che questo manifesto possa essere uno spunto per ampliare la discussione, per fornire nuovi strumenti di interpretazione e nuove finestre per un dialogo sempre più laico, decostruito ed aperto.

 

Perugia, 22 gennaio 2017