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XVIII CONFERENZA INTERNAZIONALE SULL’AIDS – VIENNA, 18-23 LUGLIO 2010 (1 in linea) (1) Ospite
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Discussione: XVIII CONFERENZA INTERNAZIONALE SULL’AIDS – VIENNA, 18-23 LUGLIO 2010
#2209
XVIII CONFERENZA INTERNAZIONALE SULL’AIDS – VIENNA, 18-23 LUGLIO 2010 1 mese, 1 settimana fa Karma: 1  
Aids2010 è stata una conferenza che ha centrato alcuni importanti obiettivi, a partire dalla massiccia presenza dei paesi dell'Europa dell'Est e dell'Asia Centrale: su quasi 20mila partecipanti la delegazione russa è stata quella più numerosa. Vienna doveva essere ponte tra Est e Ovest, sicuramente lo è stata.

Rights here, right now. Centrale il tema dei Diritti umani, condiviso con l'enorme partecipazione della comunità, intesa sia come persone sieropositive (PLHIV) sia come società civile, presente ai tavoli di tutte le plenarie della Conferenza.

Il padiglione del Global Village ha prodotto, in soli 5 giorni, oltre alle normali attività (279 appuntamenti), 55 sessioni, alcune delle quali, per non interferire con le plenarie della Conferenza, si sono svolte dalle 7 alle 8,30 del mattino. Nelle 27 "networking zone" tematiche la società civile mondiale impegnata nella lotta all'Hiv/Aids ha scambiato conoscenze e strategie per arrivare all'obiettivo comune di sconfiggere la pandemia. Alcuni dibattiti hanno visto anche la partecipazione dei rappresentanti dei governi presenti alla Conferenza. Da segnalare, nel Global Village, anche la presenza del circolo dell'Arcigay Il Cassero di Bologna.

Il tema dei diritti è stato affrontato con una straordinaria coesione, mai come prima qui tutti hanno parlato con una sola voce. Clinici, scienziati, filantropi, PLHIV e i loro rappresentanti, ma anche politici e altri esponenti di alcuni governi. La presenza di alcuni di questi, che nelle conferenze precedenti avevano ascoltato, ha testimoniato di come abbiano poi modificato le loro politiche.

Ucraina e Georgia hanno aperto alla Riduzione del danno per i consumatori di droga per via iniettiva (IDUs, Injecting Drug Users). E va citato anche il ministro della salute del Sudafrica Aaron Motsoaledi, accolto alla plenaria di apertura da una standing ovation, per aver avviato politiche sanitarie basate sulle evidenze scientifiche e messo fine all'era del “denialismo” del predecessore Mbeki (che, seguendo le teorie di Peter Duesberg, un premio Nobel che non crede alla correlazione tra virus Hiv e Aids, non rendeva disponibili i farmaci antiretrovirali perché considerati tossici, consigliando in alternativa di bere succo di limone).

Alla Conferenza di Vienna è stato affermato chiaramente il paradigma Trattamento come prevenzione. E se alla Conferenza di Città del Messico del 2008 vi erano ancora dubbi (mentre molti gridavano all'irresponsabilità del governo svizzero, che per primo lo aveva sostenuto), Vienna è stata la resa dei conti . Una certa quantità di sessioni è stata dedicata a questo, con una plenaria affidata a Bernard Hirschel, ricercatore di Ginevra, che ha mostrato come in Svizzera i dati di incidenza (diminuiti con un trend complessivo del 20 per cento, unici in Europa) siano in calo anche in alcune popolazioni vulnerabili come gli MSM (gli uomini che fanno sesso con altri uomini), probabilmente grazie alla larga diffusione della ART, terapia antiretrovirale. Siamo in attesa della prova "finale" basata su i risultati di studi randomizzati controllati (RCT) molti dei quali si stanno avviando ora, non solo in Svizzera.

A Vancouver nel 1996 per la prima volta si riuscì ad avere un trattamento efficace per l'AIDS, oggi a Vienna la Conferenza mondiale rilancia sull'Accesso universale a prevenzione, trattamento e cura. Nel mondo ci sono 33,4 milioni di persone sieropositive, l'Hiv fa due milioni di morti l'anno. Un quinto in meno di qualche anno fa, l'Accesso non è ancora universale però si espande e salva vite, ma, sempre in un anno, si infettano altre 2 milioni e 700mila persone.

L'Unaids lo chiama Treatment 2.0. Ovvero costruzione, con tutti i soggetti e gli strumenti disponibili, di una conversazione e di un'azione comune nella lotta all'Aids. Lotta che comprende, oltre all'Accesso universale ai trattamenti, la fine delle violazioni dei diritti umani delle persone sieropositive, degli MSM, degli IDUs, dei e delle sexworkers, delle persone carcerate. L'approccio “test and treat” non è la panacea o il vaso di pandora di tutta la prevenzione, ma uno degli strumenti di un Comprehensive approach, un approccio multifattoriale che tiene insieme strumenti biomedici (condom maschile e femminile, circoincisione), interventi mirati a cambiare il comportamento, trattamento, sostegno, e rispetto dei diritti umani.

Come già ampiamente riferito, la Conferenza si è aperta con la presentazione della Dichiarazione di Vienna, e l'invito a sottoscriverla, a sostegno della sostituzione della War on drugs, della quale è chiaro e documentato il fallimento, con politiche sulle dipendenze e le sostanze basate sull'evidenza scientifica e non sull'ideologia. Autore e coordinatore del gruppo dei redattori della Vienna Declaration è il dottor Evan Wood, che la Lila ha intervistato a Vienna.

Grande spazio è stato dato all'argomento della diffusione di Hiv in carcere, quella che la Conferenza ha definito un'emergenza mondiale, centrale anche nella plenaria di chiusura. Se infatti nella maggior parte del mondo occidentale per gli IDUs ci sono interventi di riduzione del danno, terapie sostitutive, scambio siringhe, distribuzione di preservativi, non altrettanto si può dire quando si oltrepassa la soglia del carcere. Dove il mancato diritto alla prevenzione, come è stato più volte ribadito (a partire ovviamente dalla Dichiarazione di Vienna), è una violazione del diritto alla salute, un Diritto umano. I detenuti devono poter avere gli stessi strumenti di prevenzione che hanno le persone all'esterno, e questi strumenti sono preservativi e siringhe sterili. Lo hanno ripetuto l'Unaids, l'Unodc (Ufficio Onu per la Droga e il Crimine), la World Health Organization, la Commissione europea, molti esperti a vario titolo, specificando tutti come questo sia un problema comune al mondo intero, compreso quello occidentale. Esclusa la Spagna, dove i presìdi sono disponibili, e in cinque anni hanno ridotto la prevalenza di Hiv fra i detenuti dal 30 al 10 per cento, come illustrato in Conferenza dalla delegata dal ministero dell'Interno.

Molte date si sono incrociate in questa Conferenza. Il 2010 sta a dieci anni dalla Conferenza di Durban, a 6 dalla Dichiarazione di Dublino, la carta dell'alleanza per combattere l’Aids in Europa e in Asia Centrale, e ne mancano 5 per i Millenium Goals. Il 2010 doveva essere l'anno dell'Accesso universale a prevenzione e trattamento, ma questo non si è verificato. Stiamo vedendo i risultati, il solo Global Fund ha già in terapia 5 milioni di persone, in consistente crescita, ma siamo solo all'inizio. E il 2010 potrebbe anche essere invece “la fine dell'inizio”, come ammonisce Michel Sidibé, direttore esecutivo dell'Unaids. Se la lotta all'Hiv/Aids non sarà adeguatamente rifinanziata, a cominciare dal Fondo Globale contro Aids, Tubercolosi e Malaria, rischiamo di vedere cancellati in un momento gli sforzi finora fatti. Le promesse mancate uccidono, Broken promises kill, stava scritto sullo striscione portato dagli attivisti che hanno fatto irruzione durante la plenaria inaugurale, e il chair della Conferenza, Julio Montaner, ha sottoscritto.

Come ormai tutti sanno, il nostro governo è inadempiente (l'unico, nonostante abbia un seggio nel Global Fund) per 130 miliardi di dollari per il 2009, e altrettanti per il 2010. Più altri 30 milioni di dollari che nel 2009 il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, dalle macerie dell'Aquila, ha promesso al G8 di voler aggiungere. Un totale di 290 milioni di dollari, non si sa se e quando verranno dati al Global Fund.

Julio Montaner, presidente della International Aids Association (la Ias, la principale associazione indipendente internazionale), incaricato dell'organizzazione della Conferenza canadese, ha espresso tutto il suo disappunto per il suo primo ministro Stephen Harper, presidente del G8 che si è appena svolto proprio in Canada, per non aver messo tra le priorità del meeting la questione del Fondo Globale. Non ha fatto sconti neanche all'Austria, che ha ringraziato per aver ospitato la conferenza, ma invitando il presidente Fischer, letteralmente, a “cacciare i soldi nel Fondo”. L'Austria è l'unico paese in Europa a non versare un euro. Nelle Donor report card del Global Fund, tessere con la valutazione delle performance dei 13 Paesi donatori, si becca infatti una F (il voto più basso). L'Italia ha avuto una E-, sufficienti gli altri, la valutazione tiene conto anche delle promesse di contributo per il triennio 2011/13.

Forse dovremmo cominciare a chiedere seriamente a Berlusconi che onori i suoi impegni. Ricordargli, in tanti, che rompere le promesse significa uccidere. Broken promises kill.

La crisi economica mondiale è l'argomento opposto dai donatori, refrattari a mantenere il necessario promesso per i prossimi tre anni, ovvero 20 miliardi di dollari. Da quando è stato creato il Fondo, nel 2001, dei 10 miliardi l'anno promessi dal G8, ne sono arrivati 3, sempre per anno, e la crisi non c'era. La sfida non è trovare i soldi, ma cambiare le priorità, ha detto Julio Montaner ricordando come negli Usa sono state appena salvate le banche del crac, o come l'Europa ha soccorso la Grecia. Le maggiori critiche sono state inevitabilmente rivolte al presidente degli Stati Uniti d'America Barack Obama, ma c'è anche chi ha ricordato che gli Usa restano i maggiori contributor della lotta all'Aids, versano da soli più di quanto versino tutti gli altri messi insieme, Europa compresa. Montaner ha ricordato che il divieto d'ingresso negli Usa per le persone sieropositive è stato cancellato con Obama, che ha inoltre inserito, nei progetti finanziabili dal Pepfar (President's Emergency Plan for Aids Relief), quelli che prevedono Riduzione del danno e scambio siringhe, finora esclusi. Poi però il chair della Conferenza ha invitato il Presidente a darsi di più da fare e a onorare gli impegni.

Gli attivisti, ma anche molti deputati del Parlamento europeo, chiedono la Robin Hood Tax (tassa su transazioni finanziare e speculazioni da “restituire” alla società), i francesi di Aides hanno invaso il palco in plenaria con il cappello verde dell'antieroe di Sherwood. Sempre da Aides, è da citare il concorso di spot nel Global Village, una serie di video tutti differenti ma con il medesimo claim: If everyone gets the treatment right here, right now, the Hiv Epidemic will be stopped 30 years from now (Se tutti avessero il trattamento qui e ora, l'epidemia di Hiv verrebbe fermata in trent'anni da ora). Questo è l'Accesso universale, che non può essere fermato per motivi economici o “morali”, perché segue un diritto umano, il diritto alla salute. Un programma con obiettivi ambiziosi che possono sembrare visionari e utopistici e che invece devono essere perseguiti.

Nel 2012 la Conferenza mondiale, che ha cadenza biennale, tornerà negli Stati Uniti, a Washington DC, dove la prevalenza di Hiv nella popolazione è del 3 per cento. Mancava dagli Usa dal 1990, l'ultima fu a San Francisco, in California: Aids in the Nineties: From Science to Policy. Un titolo emblematico, che portò alla decisione di lasciare gli Usa, che ponevano il divieto di ingresso per le persone con Hiv. Ora il divieto è rimosso, ma non per tutti. Esiste ancora una pregiudiziale, per le sex workers, e chi ne sostiene la legittimità, una parte non irrilevante nelle Conferenze. È molto il lavoro ancora da fare.

La Lila torna a casa con l'amarezza per aver visto ancora una volta l'assenza di rappresentanti del Governo italiano, nonché la pressoché totale assenza dei media. Un'occasione sprecata, visti anche i costi ridotti. Un biglietto aereo come quello comprato dalla Lila, Bologna-Vienna e ritorno 110 euro...

La Conferenza è per i Governi il luogo in cui si disegnano le strategie e le policy, ma è anche un momento informale dove associazioni e rappresentanti dei ministeri possono discutere e confrontarsi. I temi certo non mancano e l'Italia si deve dare una svegliata. L'Hiv viene ancora considerata una emergenza di salute pubblica e ha una agenzia ONU dedicata a questo. Così la considera l'Unione Europea, lo ha dimostrato con uno Stand e la propria presenza in 4 simposi satellite. Il chairman di quello dedicato al Test è stato il neo direttore dell'ECDC, il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie, Marc Sprenger.

L'assenza dei media è stato un ulteriore smacco per tutti, visto anche il livello dell'informazione delle testate straniere. Quando l'Ansa ha chiamato la Lila, alla vigilia della Conferenza, è stato per chiedere un parere sul Governo inglese, perché aveva chiesto ai tifosi di ritorno dal mondiale di calcio del Sudafrica di fare il test Hiv. Non avete trovato commenti sul test dei tifosi, però avete saputo dell'assenza dell'Italia dalla XVIII Conferenza mondiale sull'Aids di Vienna, di quello alla fine abbiamo ottenuto di parlare con l'Ansa.

La diserzione italiana segue alla mancata presentazione del Country report all'Unaids, che lo richiede ogni due anni (non ne abbiamo mai presentato uno), mentre la pressoché totale assenza di qualsiasi campagna di prevenzione nel nostro paese sta diventando preoccupante. Delle decine di nazioni che hanno partecipato alla Conferenza, probabilmente nessuna metterebbe in discussione l'importanza della promozione dell'uso del condom, di adeguate politiche di prezzo e distribuzione, di campagne dedicate e linguaggio diretto. Nello stand del Brasile, per fare un esempio, erano visibili gli ultimi spot governativi, diretti al target degli ultracinquantenni, sia uomini che donne, che sventolano preservativi in televisione. Siamo lontani anni luce.

Pur riconoscendo le eccellenze della sanità italiana, lo sguardo che torna da Vienna non può non notare l'assenza di una significativa volontà politica di “stare sul pezzo”, sul piano sia nazionale che internazionale. Il Governo italiano deve versare la propria parte al Global Fund. Deve poi destinare adeguate risorse e strutture alla prevenzione, a partire dalla promozione dell'uso del preservativo, con campagne mirate per le popolazioni vulnerabili vecchie e nuove, alcune delle quali a forte rischio di discriminazione ed esclusione sociale, se non di criminalizzazione. In Italia una persona sieropositiva su quattro non sa di saperlo, è il dato più alto in Europa, come abbiamo appreso al satellite della Commissione europea presieduto da Sprenger.

Infine, ma non meno importante, sempre sul fronte sanità pubblica, il Governo deve adoperarsi per ridurre la prevalenza di Hiv nei detenuti anche con preservativi e siringhe sterili. Le carceri italiane sono in vetta alle classifiche non solo occidentali per la percentuale di detenuti in attesa di giudizio (oltre la metà), per il sovraffollamento e per la quota di tossicodipendenti, come riportato da Manfred Nowak per le Nazioni unite nella sessione di chiusura di Aids2010, la XVIII Conferenza mondiale sull'Aids di Vienna.
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#2211
L'Hiv dilaga tra i gay: la terapia ci salverà?VIENNA, 18-23 LUGLIO 2010 1 mese, 1 settimana fa Karma: 1  
Buone e cattive notizie per i gay dal mondo della lotta all’Hiv, riunito a Vienna dal 18 al 23 luglio per la XVIII Conferenza mondiale Aids.

Le preoccupazioni crescono perché in varie zone del pianeta l’infezione continua a dilagare tra la popolazione omosessuale con tassi pari anche a 20 volte quelli registrati tra gli etero; la buona notizia è che ci sono comunità in cui la terapia è talmente diffusa che sembra stia riuscendo a rallentare il dilagare delle infezioni, riducendo il potenziale infettivo delle persone sieropositive e quindi il rischio di contagio. Queste solo alcune delle più rilevanti novità riguardanti gay e altri uomini che fanno sesso con uomini – come vengono identificati in ambiente scientifico coloro che praticano comportamenti omosessuali pur non riconoscendosi in questa definizione – presentate alla Conferenza di Vienna che si è chiusa venerdì.

Alle conferenze mondiali Aids la popolazione omosessuale è sempre in primo piano e soprattutto, camminando per l’ampio corridoio della Messe viennese, colpiva la presenza di tanti gay africani visibili. Mentre negli ultimi dieci anni la comunità gay occidentale si sforzava di liberarsi dall’identificazione con l’infezione da Hiv di cui è stata vittima agli inizi, nel continente africano l’invisibilità degli omosessuali spingeva molti uomini verso l’infezione così che ad esempio in Senegal più di un gay su cinque è sieropositivo mentre nella popolazione generale si registra un caso ogni cento persone. Anche in Tailandia e in Brasile alcuni studi hanno mostrato come l’Hiv colpisca ancora violentissimamente la comunità gay, che dal canto suo dimostra una bassa comprensione del rischio. E in Italia?

Ultimamente molti infettivologi hanno rilevato un aumento nel numero di nuove infezioni tra i gay giovanissimi, dato però che il bollettino epidemiologico dell’Istituto superiore di sanità non è in grado di confermare.

La Danimarca, invece, ha condiviso i dati sorprendenti rilevati nella popolazione gay nazionale, secondo cui il numero dei gay sieropositivi totali viventi è in continuo aumento e il sesso a rischio è sempre più diffuso, come testimonia il numero crescente di casi di clamidia, gonorrea e sifilide. In questo scenario si dovrebbe assistere a un boom di nuove infezioni; e invece no, le nuove diagnosi tra gli omosessuali ogni anno sono stabili e, siccome la popolazione omosessuale è in crescita (ebbene sì, i normali rilevamenti statistici danesi sono in grado di avere anche queste informazioni…) il tasso di incidenza è in diminuzione.

La spiegazione degli scienziati è che sempre più persone seguono il trattamento antiretrovirale e sono quindi meno contagiose. È la dimostrazione scientifica che l’impiego su larga scala della terapia antiretrovirale può contribuire a prevenire nuove infezioni in quella che viene chiamata la strategia treatment as prevention o “trattamento come prevenzione”.
C’è di più: il fatto di intervenire con queste modalità all’interno della popolazione dei gay e degli altri uomini che fanno sesso con uomini (MSM, dall’inglese Men who have Sex with Men) in alcuni paesi potrebbe portare a contenere l’epidemia anche presso la popolazione generale. Lo afferma il modello epidemiologico presentato da Chris Beyrer al simposio di Be Heard! organizzato dal Global Forum for MSM and Hiv e che Stephen Lewis, ex inviato speciale delle Nazioni Unite per l’Hiv/Aids in Africa, ha salutato come un argomento scientifico inconfutabile che adesso dovrà convincere anche i governi più omofobi ad intervenire per offrire servizi di prevenzione e cura alla popolazione gay e MSM dei loro paesi.

È chiaro, infatti, che per ricorrere alla strategia treatment as prevention bisogna rafforzare i servizi di diagnosi e di indirizzamento alla terapia e quindi servono iniziative specifiche per la popolazione che si intende sensibilizzare. Una riflessione che dovrebbe echeggiare anche nelle stanze del ministero della Salute italiano, da sempre incapace di parlare alla comunità gay e completamente assente alla conferenza viennese: “Questa è un’edizione importante per la conferenza, perchè siamo a soli 5 anni dal 2015, la data in cui dovrebbe essere garantito l’accesso a tutti ai trattamenti e alla prevenzione – ha affermato Alessandra Cerioli, presidente della Lila, alla vigilia della conferenza – Ci sono ministri della Salute di molti Paesi, ma l’Italia brilla per la sua assenza. Il nostro Paese non ha ancora versato la propria quota al Fondo Globale, ed è indietro persino nella presentazione del country report richiesto dall’Onu ogni due anni e che non abbiamo mai presentato”. E in effetti l’unica presenza italiana che si notava a Vienna era quello dello stand di Cassero Salute… Evviva i froci!
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#2213
Re:L'Hiv dilaga tra i gay: la terapia ci salverà?VIENNA, 18-23 LUGLIO 2010 1 mese fa Karma: 2  
La terapia non salverà proprio nessuno, sono i gay che devono decidersi a proteggersi una buona volta!
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